Celebriamo i cinquant’anni del Tempio del Sacro Cuore, e ci siamo detti che vogliam del Tempio o celebrare non le pietre in quanto tali, ma piuttosto celebrare una Comunità di persone, le quali, facendo tesoro del dono della fede e della testimonianza dei propri padri, vuole diventare un tempio vivo per il Signore.
Ci chiediamo spesso quale sia il senso del “Tempio” e il senso del “tempio di persone”; quale relazione ci sia tra di loro, e quale l’importanza di ciascuno nell’economia della fede. Ed ecco: in tutte le civiltà, lo spazio sacro, considerato come sede visibile della divinità in mezzo alle case degli uomini, è una componente fondamentale della concezione cosmica.
Lo studioso delle religioni Mircea Elide parlava dell’area sacra come di un “centro” che riusciva a tenere insieme la complessità e la diversità dell’universo.
Anche in Israele il tempio riceve una celebrazione di alto livello, espressa ad esempio nei “canti di Sion”, pagine che esaltano il santuario di Gerusalemme come punto di convergenza, non solo del popolo eletto (Salmo 122), ma anche di tutti i popoli della terra (Isaia 2,2-5).
Per questo, “ai tuoi servi sono care le pietre di Sion”.
Tuttavia la Bibbia privilegia come sede primaria dell’incontro tra Dio e l’umanità, la vita dell’uomo nella storia. Nella splendida preghiera di consacrazione del tempio da lui eretto, Salomone si domandava: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?" Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ti ho costruita! (I re 8,27).
La soluzione a questo dilemma era ottenuta riconoscendo che il tempio è “la tenda dell’incontro” tra il Dio trascendente che “ascolta dal luogo della sua dimora, dal cielo”, e l’uomo che Lo cerca, e lo incontra nello spazio sacro ove eleva la sua preghiera e il suo culto.
Già con Davide il profeta Natan aveva formulato un principio: il Signore più che essere inquadrato nella “casa” materiale del tempio, predilige di essere presente nella “casa” davidica, ossia nella sequenza temporale della linea genealogica di Davide fino al Messia (2 Samuele).
In ebraico si gioca sull’ambivalenza del termine ebraico che dice “casa” e “casato”: è quindi la storia di salvezza il tempio supremo, come ribadiranno i profeti, una concezione troppo sacrale e quasi magica del tempio (si legga Geremia 7).
In questa stessa linea procederà Gesù, che certamente non nega il tempio di Sion, da Lui frequentato e liberato dai mercanti. Tuttavia Egli dichiara alla samaritana: “È giunto il momento in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre... I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. (Gv. 4,21-23).
Anzi andrà oltre e parlerà del suo corpo, cioè della sua persona e della sua esistenza, come del tempio che può essere distrutto — com’era accaduto nel 586 a.C. a quello di Salomone, poi ricostruito — ma che è destinato a risorgere per sempre (cosa che non accadrà al tempio di Sion, anche a quello eretto successivamente da Erode a partire dal 19 a.C.).
Non per nulla nel prologo del vangelo di Giovanni si afferma che: “Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda (Tempio) in mezzo a noi". (1,14).
C'è un altro tempio di carne in cui Dio ama rendersi presente, la Chiesa, il popolo di Dio.
È quello che ricorda San Pietro nella sua prima lettera: “Voi siete impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio”. (2,5)
Infine c’è un altro tempio di carne, il corpo stesso (cioè la persona) del fedele: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?... Glorificate, dunque, Dio nel vostro corpo!” (1 Cor.6,19-20).
Il tempio è, quindi, un grande segno spaziale e fisico di una realtà più profonda e vitale.
Don Vittorio Gobbin
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- Pubblicato: 02 Novembre 2014
- Creato: 02 Novembre 2014
- Ultima modifica: 02 Novembre 2014














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